Commenti disabilitati su Intervista a Antonio Jasevoli e Mauro Smith che presentano il loro progetto The Wolf Sessions

0001

Cari amici lettori, vi confesso di iniziare a prenderci gusto non ritenendomi un giornalista e, come cantautore e musicista, mi rendo conto di trovarmi ancora a intervistare due professionisti con la M maiuscola, Antonio Jasevoli e Mauro Smith che stanno per uscire con un nuovo progetto musicale innovativo e originale. Hanno un curriculum così vario e interessante che verrebbe da chiedergli davvero molte cose. In questa intervista, voglio approfondire e snocciolare al pubblico quelle che sono le caratteristiche e le numerose esperienze di questi poliedrici e apprezzati artisti, sia in Italia che all’estero. Chi sono Antonio Jasevoli e Mauro Smith, ovviamente io lo so, ma sarebbe bello un approccio personale da parte vostra per presentarvi al pubblico, come fosse la vostra prima volta.

Forse all’interno di questa intervista non riusciremo a elencare il tuo infinito numero di collaborazioni ed esperienze, caro Antonio. Quali sono state quelle più significative? Hai un ricordo in particolare che rimane nel cuore o una collaborazione determinante per il tuo percorso musicale? Ho letto, per fare qualche esempio, che sei un importante punto di riferimento per intere generazioni di chitarristi nell’uso degli effetti elettronici sulla chitarra elettrica, che insegni e hai insegnato in diversi importanti conservatori di musica in Italia, che sei uno degli interpreti italiani di prestigio, per quanto riguarda la chitarra classica o ancora di importanti collaborazioni tra cui quelle con Kenny Wheeler, Tony Scott, Steve Grossman, Fabrizio Bosso, Gianluigi Trovesi, Don Moje, John Taylor, e tanti altri…raccontaci qualcosa in più di te, del tuo amore per la musica, della realtà dei conservatori, delle tue splendide collaborazioni.

Esperienze importanti e ricordi veramente tanti…difficile citarne alcuni e tralasciarne altri. Ricordo la generosità e l’umanità di Tony Scott rude nei modi ma dalle enormi qualità umane, la poesia di Kenny Wheeler, la modestia e la genialità di Maria Shneider e Bob Brookmeyer, e tanti altri episodi.. diciamo che i più grandi incontri hanno sempre coinciso con la modestia e la verità dei personaggi.

Si, mi divido tra insegnamento e concerti, ho iniziato ad insegnare presso il conservatorio S. Secilia a Roma, in cui sono stato il primo docente di chitarra jazz nella storia di questa prestigiosa istituzione, durante questo periodo ho anche allestito un orchestra di 30 chitarre composta dai miei migliori allievi, che mi ha dato molta soddisfazione. Poi ho insegnato anche ai conservatori di l’Aquila, Latina, attualmente insegno presso i conservatori di Frosinone e Firenze. Mi piace molto insegnare, lo trovo un processo molto creativo.

Riguardo alla chitarra, sono affascinato da entrambi i mondi, quello elettrico e quello acustico, quindi mi divido tra elettronica e chitarra classica. Sin dai primi anni 80 ho esplorato il mondo degli effetti elettronici applicati alla chitarra, a volte esagerando ed arrivando ad usare lo strumento quasi come un controller.. in questo momento ho fatto una grossa selezione mettendo in atto una sorta di radicalizzazione, sono molto affascinato dall’ottenere le stesse atmosfere effettistiche con il solo uso delle note e delle dita… dico sempre ai giovani chitarristi che usano pedaliere enormi e che mi chiedono consigli che queste cose già le facevamo negli anni 80 e 90, quindi si di esplorare, ma non dimenticare mai il rapporto con lo strumento ed il fine estetico di ciò che si produce… alla fine per ottenere un effetto spaziale non mi serve per forza un reverbero di 20 secondi, ma si può ottenere lo stesso risultato toccando le corde in un certo modo o suonando un certo accordo… In questo senso esplorare il mondo della chitarra classica sicuramente aiuta a capire meglio in senso estetico della musica, i linguaggi e lo strumento. penso anche alla chitarra elettrica spesso in questo stesso senso, anche se con approccio e sonorità diversi.

Che rapporto hai con il teatro, piuttosto che la danza o il cinema?

Ho lavorato molto con queste forme d’arte con grande passione e ottimi risultati, imparando molto da esse in termini di apertura mentale e liberazione estetico-musicale da quella sorta di specificità dell’essere chitarrista. Ultimamente ho meno tempo, ma se capitasse qualcosa di interessante lo prenderei in considerazione. Penso anche che il futuro delle produzioni musicali sia sempre più legato al video o comunque all’interazione con altre forme.

So che stai collaborando attualmente con la prestigiosa etichetta Parco Della Musica Records e che hai già inciso molti lavori con loro, sia come solista che per altri importanti progetti. Mi piacerebbe sapere di più di questa realtà.

Parco della Musica ha prodotto i miei ultimi lavori dal 2011 ad oggi, tra cui Raj Trio, un trio d’improvvisazione tra elettronica e acustica con Michele Rabbia e Marcello Allulli, Chamber Project, un lavoro incentrato invece sulla chitarra classica, con Gianluigi Trovesi , inoltre Tetris, progetto più jazzistico con Andy Sheppard e Fabrizio Bosso. Con Parco della Musica mi trovo benissimo, è una realtà di persone giovani e molto competenti e professionali, sempre attenti alla qualità ed agli artisti con cui collaborano.

Mauro Smith, neanche tu scherzi in termini di curriculum e collaborazioni, tra le quali quella con una certa “Ornella Vanoni”, Enzo Gragnagniello (Sugar/Universal), un progetto musicale considerato dalle riviste jazz italiane trai migliori dell’anno, altre importanti collaborazioni (tra le quali Wayne Shorter, John Patitucci, Danilo Perez, Brian Blade, Dan Fante, Michele Serio, Alessandro Cimmino, Luca Aquino, Vito Ranucci, ecc…), e non per utlimo, il nuovo progetto insieme ad Antonio. Racontaci un po’ della tua storia, quali scelte hanno determinato la tua strada artistica, quali esperienze o quali incontri ti hanno reso così conosciuto al pubblico.

Ho cominciato a studiare la batteria da poco più che bambino e alla musica ho affiancato poi l’altra mia passione, l’architettura, disciplina artistica intesa come costruzione di ciò che ci circonda. Da ciò non ho fatto più distinzioni tra un concerto e un progetto, tra un disco e una mostra. Suonare su un palco di un festival prestigioso come Umbria Jazz ha lo stesso sapore di esporre alla Biennale di Venezia e i compagni di viaggio possono essere altrettanto interessanti. È stato molto difficile portare avanti i vari interessi. Mi sono sentito spesso un batterista part time o un architetto part time. Tutto ciò deriva dall’arretratezza culturale di noi Italiani che abbiamo perso la memoria di figure che possono interessarsi di più componenti dell’arte. C’è stata una fase in cui nascondevo ai musicisti di essere architetto e, per simmetria, agli architetti di essere un musicista. È stata una fase di schizofrenia che ha coinciso con la mia maggiore produzione. Erano gli anni ’90 e primi del duemila. In quel periodo ho pubblicato in Francia due dischi con il mio gruppo Neroitalia, suonato con scrittori italiani e stranieri che volevano raccontare con la musica i propri libri, interagito con fotografi e pittori in performance dal vivo in cui sperimentavamo le possibili influenze reciproche tra arti visive e piani sonori, e mi sono esibito in concerti o in jam session con jazzisti mai visti prima. Sono stati anni molto divertenti in cui ho imparato ad amare l’improvvisazione intesa come stimolo reciproco al dialogo e all’incontro e nei quali mi sono confrontato con un pubblico curioso e pronto ad assistere a eventi in cui gli artisti si mettono in gioco. Il pubblico è una componente attiva e fondamentale in ogni produzione artistica: noi Italiani dobbiamo ritrovare la curiosità e l’amore per l’arte.

Architetto e artista visivo…mi vien da dire solo, wow! Spiegaci meglio che ruolo giocano queste due componenti nella tua vita Mauro e quanto incidono nella tua arte.

Uno dei più grandi musicisti della storia ha detto che al suo livello più elevato l’arte ha il compito di riprodurre la natura interiore. Per raggiungere questo scopo talvolta hai bisogno di sola musica, altre volte anche di un video, di un’installazione o chissà di cosa. Uno dei ricordi più belli che conservo risale a qualche anno fa. Io e un mio caro amico, Alessandro Cimmino, un bravissimo fotografo eravamo entrambi invitati a tenere delle conferenze al festival internazionale di architettura di Abitare. Ad Alessandro avevano chiesto di presentare il proprio lavoro con l’introduzione di un architetto. Trovandoci entrambi lì a Perugia pensammo allora di realizzare quattro tracce audio elettroniche della lunghezza dei suoi video e di richiedere una batteria. Il talk si teneva in una chiesa meravigliosa: partirono i video, bellissimi, e poi la musica fece il resto. Nella cupola risuonava il suono della batteria sulle onde sonore e il pubblico era assorto in qualcosa di inaspettato. Questo spiega i rapporti tra ciò che faccio: con Antonio c’è grande intesa perché anche lui come me non ha bisogno di rete quando si esibisce, non è ingabbiato in standard e stereotipi per essere a proprio agio.

The Wolf Sessions, questo il titolo accattivante del vostro nuovo lavoro in uscita. Ma prima di chiedervi di questo nuovo lavoro, vorrei sapere come vi siete conosciuti e quando avete deciso di convergere l’uno sull’altro artisticamente. Cosa vorreste trasmettere al vostro pubblico professionalmente e umanamente con questo lavoro a quattro mani?

M.S. Antonio ed io ci conosciamo fin da ragazzini, al mare insieme. Antonio poi ha preso il volo per Roma e da Napoli avevo sue notizie dalla TV, dalle riviste e nelle programmazioni dei festival. Un piacevole caso ha voluto che ci incontrassimo pochi anni: due nostri figli sono in classe insieme qui, di nuovo a Napoli. Così ci siamo ritrovati anche se solo 2/3 giorni alla settimana nella stessa città. Da lì il passo successivo è stato naturale. Sessioni di improvvisazione con il camino acceso, piccoli studio concerts e ospiti (tromba, fisarmonica, basso, ecc.). Suonando, in un viaggio in montagna d’inverno, è nato spontaneamente The Wolf Sessions. Con i nostri ospiti, contemporaneamente, abbiamo immaginato un nuovo progetto: Divergent Meetings. Tra i compagni di viaggio il primo è stato Luca Aquino.

Credo che il lavoro che stiamo producendo insieme racconti la nostra vera passione per una musica suonata, interpretata in prima persona, priva di mediazioni e di costumi. C’è tutto l’amore per il rock degli anni ’60 e ’70, per il mondo dell’improvvisazione dei grandi interpreti, senza però fare il verso, senza manierismo. Una musica ridotta all’osso, all’essenziale, fatta con una chitarra e una batteria.

Sono felice di aver potuto approfondire la conoscenza di due artisti così validi e preparati, adesso vorrei farvi un’unica domanda, a cui mi risponderete separatamente. Cosa vedete nel vostro futuro artistico? In che direzione va secondo voi la musica del futuro? Ci saranno dei ritorni imprevisti o tutto cambierà senza lasciar alcun segno se non un flebile ricordo, una lontana contaminazione per le generazioni future?

A.J. Per me il futuro è abbastanza nel presente, seguirò il mio istinto e cercherò di mettere in pratica ciò di cui ho voglia, senza fare molti programmi, come ho spesso fatto. Spero che la musica sia sempre più pura, libera dalle logiche performative e di marketing e che possa esserci prima o poi un ritorno allo spirito della verità’ e creatività degli anni 60 e 70 in qualche modo..

M.S. Se mi guardo intorno e vedo tanti ragazzi che ascoltano mp3 con un orecchio solo, sono indotto a pensare che la musica del futuro sia priva di qualsiasi contenuto e ridotta a un semplice sottofondo, una sorta di ronzio. Mi piace però pensare che tutto questo non accada e che soprattutto noi Italiani, rinchiusi volontariamente nelle gabbie dei generi e delle mode, possiamo un giorno riappropriarci della parte più sincera e intensa dell’arte: l’incontro tra gli artisti e il pubblico. Se dovesse accadere, spero di essere ancora lì a fare la mia parte.

Voglio ringraziarvi per il tempo dedicatomi e augurarvi ancora grandi soddisfazioni personali e professionali, tutto il successo che meritate e, un grande in bocca al lupo per questo nuovo lavoro musicale in uscita. Come ultimo saluto e augurio, posso solo esclamare: ad maiora!

 Mirko Marsiglia

 

Comments are closed.