Commenti disabilitati su Intervista allo storico chitarrista dei Dik Dik Pietruccio Montalbetti con il nuovo singolo Niente

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Oggi ho il piacere e l’onore di intervistare telefonicamente una persona eccezionale, Pietruccio Montalbetti, storico e amatissimo chitarrista degli indimenticabili Dik Dik che, dopo la pubblicazione dei libri I ragazzi della via Stendhal (2017), Settanta a settemila, Una sfida senza limiti di età (2017), Io e Lucio Battisti  (2013), Sognando la California e scalando il Kilimangiaro (2011), esce con un nuovo ed emozionante libro, intitolato “AMAZONIA, IO MI FERMO QUI, viaggio in solitaria tra popoli invisibili”; sua tra l’altro è l’immagine di copertina. Parliamo tra l’altro degli Indios, un popolo unico per esser riuscito a sopravvivere agli Incas e i Conquitadores. 

1) Ad episodi narrati in questo libro, sono ispirati alcuni brani del tuo album solista “Niente” (Saar Records 2017).  Questa cosa mi intriga molto, immagino insomma ci sia il tuo viaggio interiore dentro questo album, un’alchimia inimmaginabile di emozioni, riflessioni e incontri. Raccontami un po’ di queste tue ispirazioni musicali. Certo, l’album è uscito anche in vinile, le canzoni non nascono a caso, come per esempio “La lettera”, un brano molto particolare e sentito. Nella vita faccio beneficenza, la faccio e punto basta, senza andare a sbandierare ai quattro venti o far scalpore. Ho avuto esperienza nei carceri, San Vittore per esempio oppure il carcere di massima sicurezza, ad Opera. E’ stata proprio in quell’occasione che a un certo punto mi hanno chiesto di mangiare con loro e ho risposto “ma certo!”.  Vicino a me c’era un tipo con una faccia simpatica, gli assassini e i delinquenti incalliti non c’erano. Lui mi ha raccontato di aver messo una serie di firme fasulle per una società senza rendersene conto, la società è scomparsa e gli hanno dato un anno e sei mesi, era appena sposato. Spesso scriveva delle lettere alla moglie di cui era molto innamorato; gli chiesi cosa volesse fare appena uscito, lui forse non capì subito la mia domanda e mi rispose: “io vorrei essere questa lettera, per sapere cosa pensa di me”.  Questa cosa mi ha colpito interiormente e mi ispirato molto. Nella vita bisogna essere coerenti, io nella vita ho imparato viaggiando perchè il viaggio è la metafora della vita, ti insegna ad essere una persona modesta, vado in giro per Milano e faccio quattro chiacchiere con la gente che si meraviglia che prenda l’autobus, ho un gran rispetto della persona, quello che  ha dentro, al sua essenza, a prescindere dal sesso, dal coloredella pelle, dalle ideologie. Non sono il tipo che dice “lei non sa chi sono io!”, no tu non sei proprio nessuno, quando vado dal dentista ho gli stessi problemi che ha chiunque altro. Il sogno della mia vita non era fare il musicista, anche se ho avuto un buon fiuto nello scegliere le canzoni. Il mio sogno era quello di fare il navigatore solitario, pensa che ho naigato con una barca di 6 mt l’atlantico, il mio sogno era fare l’esploratore, ogni dicembre parto, decido la nuova meta. Ho fatto anche diversi studi sulla Bibbia, sui vangeli apocrifi, sono in continua ricerca di risposte, ho studiato anche alcuni antichi popoli come gli Incas e le piramidi Maya, la numerologia legata a questi popoli incredibili.

 2) Credo che tu, attraverso questo lungo viaggio e riassunto nella sua essenza in questo splendido libro, abbia voluto prima di ogni plausibile aspetto legato alla commercializzazione dello stesso, scavare un tunnel dentro dentro le tue certezze per metterti in gioco completamente, uno di quei viaggi che cambia il modo di intepretare gli eventi e le azioni quotidiane, che mette in discussione tutto e  valorizza ogni singolo secondo della tua esistenza. Cosa puoi dirmi in merito? Il vero titolo era alla ricerca degli uomini invisibili. Gli Indios dalla parte delle Ande, non del brasile, gli aucas li ho visti quando ero bambino su un documentario in bianco e nero, quando sono andato in Perù, passando dall’Equador, mi dissero che era molto difficle trovarli. Sono viaggi di ricerca interiore e di scoperta certamente, non puoi affrontarli diversamente e ti metti in gioco, ancora una volta, come non avessi mai vissuto prima di allora. Non finisci mai di vivere e di imparare qualcosa, mai. Per una serie di circostanze fortunate, mi sono imbarcato con 5 indios che li cercavano per conto di un istituto scientifico svedese per studiarli, dopo due settimane di discesa dei fiumi, siamo stati con gli Aucas, dopo sono andato con gli Shuar detti anche Jivaro e cioè tagliatori di teste, ma non è che le tagliano a chiunque o al rpimo che arriva eh? (risate). C’è stato solo un misundesrtanding per cui un gruppo di militari che mi avevano portato all’interno, sono dovuti andar via dìimprovviso per priorità militari credo e mi sono ritrovato 12 giorni da solo e se non fosse stato per gli shivaros che mi hanno dato da bere e da mangiare, immaginati da solo nella giungla…non è come pensano tutti che ti procuri quattro banane, non è proprio così diciamo. In Amazzonia ci sono delle piante che se ti avvicini, ti lanciano degli aculei urticanti o piante che tralasciano una sostanza simile all’acido solforico, non è che ragionino ma evidentemente hanno dei meccanismi sensibili, come anche le piante carnivore si chiudono al tocco di un insetto; da una parte avverti il miracolo della natura, dall’altra la necessità di una presenza amica che in questo caso è arrivata puntuale.

 3) Hai superato i tuoi limiti, accostandoti a un territorio meraviglioso, ma nel contempo assolutamente imprevedibile, tra i fiumi, le foreste, il deserto, i ponti sospesi, naufragi, un clima difficile quando arrivano le frequenti pioggie torrenziali, i più svariati mezzi di trasporto e le lunghissime camminate a piedi nei posti irrangiungibili dagli automezzi.  Come sei riuscito ad adattarti a tutto questo? Ma no…bisogna avere l’amore per queste cose sono vocazioni interiori, poi sai, a chi mi dice che io ho soldi, tempo ecoraggio, dico che ci vogliono solo 600 euro andata e ritorno, può farlo chiunque; poi sai, nell’Amazzonia con gli indiosè tutto gratis, non è che paghi niente (ride). Io in ogni caso non vivo per mangiare, ma mangio per vivere, per dirla tutta, non penso mica al mangiare quando sono con loro; mangi quello che mangino loro, è l’ultimo pensiero, il serpente o il coccodrillo, le scimmie o i ragni cotti quello che c’è nella loro cultura e che riescono anche a farti apprezzare, l’importante è che siano cotti, poi sono commestibilissimi come il nostro cibo. Nessuno è incosciente, non è questione di coraggio io parlo di spirito di adattamento; non è questione di paura, mai provato paura in questi posti, la paura ce l’hai in città, credimi. Ti presenti dagli indios come una persona pacifica con dei doni e loro ti accolgono, non hanno nessun motivo di aggredirti, anzi, se possono ti aiutano in una situazione che per te non è magari la normalità come può esserlo per loro. Il tempo, allora guarda, io dico sempre attenzione che fino ai 18 anni il tempo passa lentamente; dai 18 ai 30, ancora un po’ lentamente, poi un giorno ti svegli, ti guardi e dici “Cazzo ho sessant’anni!”  e ti sembrava ieri che avevi 30 anni…non è quindi questine di avere tempo, è questione di utilizzarlo bene, mai perdere tempo!

 4) Leggo addirittura che hai conosciuto due ragazzi di Bari, fan dei Dik Dik e hai incontrato personaggi e compagni di viaggio con cui hai scambiato importanti condivisioni di vita. Si fanno incontri incredibili e inaspettati come quelli che hai appena enunciato. Apparentemente un contorno forse, ma mai in quelle situazioni pensi che qualcosa di ciò che vivi possa avvenire per un fortuito gioco del caso, anzi. E’ stato sicuramente piacevole incrociare anche queste persone, tra cui chi aveva anche scelto di non andar più via da li dopo il primo viaggio di spedizione o ricerca scientifica. La chicca dei ragazzi è sicuramente qualcosa di spassoso, una cosa da vivere nei ricordi e poter raccontare come una piacevolissima e inattesa sorpresa.

 6) Come sei riuscito a cibarti, immagino le tradizioni e le usanze ben lontane dal nostro stile di vita alimentare, leggo addirittura di una bevanda a base di saliva umana o di trofei umani. Per Dio, raccontami…mi incuriosisce moltissimo! Non ti sentivi a disagio? C’è una yucca che se la fai seccare, fai la farina, ma se la tagli a pezzetti e la fai bollire, essendo filacciosa, le donne la masticano, la sputano in una pentola e gli enzimi della saliva, producono una disinfettazione di questa cosa, che più rimane li e più diventa alcolica, tra l’altro contiene vitamine e anticorpi e fa molto bene. Poi è tutto soggettivo, se io arrivassi dagli Indios e gli portssi una forma di formaggio gorgonzola, molto probabilmente mi vomiterebbero dietro (ridendo). Per capire un popolo, devi entrare nella logica di mangiare il loro cibo, non è che mi porto ietro gli spaghetti o appena torno a casa mi abbuffo di spaghetti, non mi importa. Donstoiesky e mi allaccio a una sua citazione dice “L’importante è vivere e capire il significato della vita”; il significato della vita, tu lo comprendi non guardando la televisione dalla mattina alla sera, o chattando con il cellulare rincoglionendoti, ma vai in giro per il mondo per capire cosa succede nel mondo, ti rendi conto che c’è un mondo al di fuori di noi e che siamo niente. Un mondo in cui magari, non sono preogrediti per come lo intendiamo noi, ma almeno rispettano l’ambiente in cui vivono e lo salvaguardano; loro, per esempio, cacciano non più di quello che possono mangiare. Ho visto dele scene bellissime, mi ricordo tra gli Aukas, alcuni di loro hanno sei dita per mano e per piede, ho visto una donna che allattava un bambino da una parte e un piccolo leopardo di cui la mamma era finita in una trappola, quindi questo qua succhiava al seno di questa donna, una bellissima scena. Io ho un cane e ho difficoltà ad ammazzare anche le mosche in casa guarda. In Tibet ho imparato tante cose, loro rispettano anche un lombrico o una formica. Noi viviamo in una specie di astronave, la Terra, e questa astronave non è fatta solo di uomini, ma anche di piante, animali. Noi abbiamo bisogno della natura, ma la natura non ha bisogno di noi, se la natura scomparisse noi saremmo persi al contrario.

 7) Bene, oggi ho fatto un viaggio incredibile insieme a un musicista storico dei Dik Dik, una persona posso dire dalle mille risorse e, sicuramente, di larghe vedute, come piacciono a me. Ti ringrazio e mi onoro nell’averti avuto nel mio salotto, sempre ricco di persone interessanti come te, grazie di cuore della tua disponibilità Pietruccio. Grazie a te per la piacevole chiacchierata Mirko, è stato un vero piacere. Buona vita a tutti, davvero, vivetela, sperimentatela a fondo, non vi limitate ai vostri confini fisici, geografici e mentali, se potete. C’è molto da imparare, non basta una vita. Ciao, alla prossima!

Intervista di Mirko Marsiglia

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